Le persone crescono, la società non cambia.

Alle media avevo una professoressa di italiano. Come tutti, purtroppo. Il nostro era un rapporto di odio e odio. Io odiavo lei e lei odiava me. Ma era lei ad avere ragione, perché per me le sue materie erano inesistenti e, odiando lei, odiavo loro. Lei era una gran stronza, ma io ero un emerito idiota.
Una volta ci parlò della “Fattoria degli animali” di George Orwell cercando di farci capire la geniale metafora che c’era dietro a quel libro. Francamente a me, da prevenuto ragazzino coglione, l’idea di una fattoria di animali che si ribellano mi sembrava un’idiozia.

C’è chi guarda i Simpson e South Park, notando solo il “D’oh” di Homer o il “Figli di puttana” di Cartman, senza rendersi conto delle metafore o dei riferimenti alla società che ci stanno dietro, e bolla il tutto come una gran stronzata. Poi finisce a ridere di gusto durante i monologhi di Greggio a Striscia, a ritenere Vespa un gran giornalista e Travaglio uno che non dovrebbe parlare solo delle “cose brutte”… e allora capisci perché non gli piace South Park e che non sei tu ad avere le idee confuse, ma questa è un’altra storia.
Allo stesso modo io pensavo che la storia di animali che si ribellano (e quindi parlano!) era una roba stupida… vuoi mettere quant’erano meglio i libri (truculenti) di Steven King o i fumetti di Dylan Dog? Nulla da dire a Tiziano Sclavi o a Steven King… ma a Orwell gli fanno una pippa.

Anni dopo lessi quel libro e mi resi conto di quanto, nella sua semplicità, fosse geniale.
Ora penso a quella professoressa come a una che, con tutti i suoi limiti, cercava semplicemente di farci usare quei pochi neuroni che avevamo… poi, chi lo sa, ora starà guardandosi Porta a Porta pure lei… anzi è probabile… vabbè… meglio non pensarci va…
Scoprii anche che dal libro era stato tratto un cartone animato.
Bene, tutta questa introduzione era per dire semplicemente che qualcuno lo ha spezzettato e messo su youtube e che finalmente, dopo anni, l’ho potuto vedere. Qui c’è la prima parte (il cartone è a dir poco “vintage” :)), ma a me ha fatto veramente piacere vederlo.
Non sto a spiegare la metafora che c’è dietro alla storia… insomma, è palese, a meno che non facciate parte di quel variegato gruppo di persone che preferisce Striscia a South Park…suvvia, non ci sono le parolacce e il finale, diversamente dal libro, si può quasi definire lieto!

Il pretesto dell’aragosta.

Sottotitolo: una sega mentale sul passato, presente e futuro. (1)

Ho visto “Le ragioni dell’aragosta”. L’aragosta era solo un pretesto, se avete letto qualcosa sul film lo saprete anche voi. Se non avete letto niente in proposito cercate sul web o, ancora meglio, andatevi a vedere il film.
Un pretesto per raccontare una storia sull’amicizia, sul come fare quando si vuole fare qualcosa e non si sa da dove partire, su come sostenersi e aiutarsi a vicenda… un film molto malinconico, quel tipo di malinconia positiva però, che ti tira su di morale in fondo.

Questo almeno è, in linea di massima il messaggio del film secondo la Guzzanti. Un film giustamente più difficile di “Viva Zapatero” perché non dà risposte, più che altro lascia lo spettatore con delle domande. E, si sa (sono pessimista lo so), l’uomo medio preferisce sempre chi gli da facili risposte… lui le risposte non ha mai tanta voglia di trovarsele da solo pensando con la sua testa. Ha perso l’abitudine a farlo o non l’ha mai avuta.
Fatto sta che questo sarà pure il messaggio del film, anche un bel messaggio in fondo, ma vuoi per le seghe mentali mie, vuoi per l’ultima chiacchierata malinco-paranoica fatta con il buon prode Scorce(2), quando io lo stavo guardando mi veniva solo da pensare (almeno per buona parte del tempo) che “non bisogna vivere nel passato”. Una paranoia, sega mentale o più semplicemente una mia chiave di lettura. Però era quello che pensavo.

Vedevo questi attori/amici che si incontravano dopo tanti anni per organizzare questo spettacolo. Ognuno aveva preso una sua strada, chi aveva lasciato la recitazione, chi aveva cambiato genere, chi aveva superato una tragedia. Dopo tanti anni si incontravano per lavorare di nuovo insieme. Guardandoli mi chiedevo perché lo facessero. Perché rimpiangevano in un certo senso il loro passato o perché volevano semplicemente rispolverare i loro ricordi, aprire un vecchio album di foto per vedere da dove sei partito cosa eri e cosa sei diventato… e chiederti, magari, cosa diventerai e poi riporle quelle foto, non per sempre, ma per molto senza rimanere li a osservarle con le lacrime agli occhi perché quei tempi, così belli, non torneranno mai più? Mi sono risposto che loro avevano scelto la seconda opzione e non stavano “vivendo nel passato”.

Rimpiangere il passato è negativo, significa appunto viverci nel passato, non riuscire ad apprezzare il presente, non riuscire mai a riporre quell’album in un angolo della casa dove non ti ci vanno gli occhi e i pensieri. Vivere nel passato, cioè non accettare il proprio presente.
Guardavo il film e mi ponevo queste domande sul mio di passato, di presente e di futuro. Pensavo a chi ho conosciuto, a chi ha fatto una breve capatina nella mia vita per sparire del tutto, a chi c’è ancora, a chi credevo così importante e invece non contava un cazzo e ora è del tutto sparito. Sono malinconico, a volte molto malinconico. Una foto, un posto, una canzone riesce a riportarmi alla mente tanti di quei ricordi che potrei rimanere a pensarci per ore. E pensavo a come ero in quei momenti di nostalgia. Vivevo nel passato? In fondo mi sono detto di no… forse una volta si, ma ora no. Ho capito che il passato va lasciato alle spalle. Non rimpianto e non rinnegato…. semplicemente lasciato li, ogni tanto gli si può dare un’occhiata, ma senza troppa nostalgia e rassegnazione. Cercare di far continuare qualcosa solo perché una volta era bello mentre ora non lo è più… cercare di farlo tornare ciò che era è una fatica sprecata. Al massimo può diventare qualcosa di diverso, ma non tornerà mai come era quindi tanto vale riporlo o accettare quello che è ora.

E ora penso al blog che avevo prima con un po’ di amici. Quello può essere preso come una metafora di tutto ciò. Qualche giorno fa guardavo i vecchi post e pensavo che avevamo iniziato con un grande entusiasmo e che ora quell’entusiasmo non c’era più. Ma non avevo alcun rimpianto, cercare di far tornare quell’entusiasmo, oltre ad assere inutile, controproducente e forzato, sarebbe anche stato impossibile, quindi tanto valeva fermarsi e, appunto, chiudere il blog.

Lo stesso, in fondo, si sta verificando con il “gruppo”. Il gruppo di amici con cui si è più legati. Quello, diversamente dal blog, non si chiuderà, ma è innegabile che per certi versi si stia “sfaldando” (non sfasciando sottolineo). E’ da parecchio in fondo che è così, chi trova lavoro, chi studia fuori e si fa nuovi amici, chi si fa nuovi amici e basta chi si trova seriamente la ragazza. Non c’è più modo di vedersi come una volta. E’ colpa di tutti e di nessuno o forse è semplicemente colpa del tempo che passa… e forse è pure sbagliato usare la parola “colpa”, forse sarebbe giusto usare la parola “merito”. Penso a questo e non ho nessun ripianto, solo una piacevole nostalgia. Non saremo più quelli che eravamo, saremo qualcosa di diverso. Peggiori? Migliori? Diversi sicuramente… Non voglio far tornare il passato, non ho rimpianti, mi piace anche questo presente in fondo.

Fine della sega mentale.

(1) Se l’aragosta è un pretesto per tutt‘altro, le sue ragioni sono un pretesto per questo post: un buon esempio di masturbazione mentale. Libera masturbazione mentale in libero blog.

(2) Sapete quegli amici che vedi ogni due mesi e con cui ti rifai, in poche ore, di tutte le cose che non vi siete detti in quei due mesi? Una serie di seghe mentali infinite che portano al solito vecchio risultato: della vita non abbiamo capito un cazzo, ma almeno ci proviamo…
Ne avete uno anche voi? No?! Mi dispiace…

Il dolce e l’amaro

Ieri Luigi Lo Cascio ha presentato “Il dolce e l’amaro” a Cesena. Sono andato a vederlo. Un bel film.

Dopo la proiezione ha risposto a un po’ di domande. E’ uno che per spiegare una cosa apre venti parentesi e si perde nei discorsi (lo dice anche lui), comunque il dibattito è stato interessante, se non si conta il signore che stava accanto a me, che ogni tanto parlava da solo e che dovrebbe cambiare deodorante (o magari iniziare a mettersene uno) oltre che qualche domanda un po’ insulsa del pubblico.

Provo a fare una recensione va, di quelle intellettualoidi (in questo caso finto intellettualoide) che usano paroloni tipo “magistralmente”… e che alla fine ti fanno dire… ma allora, che cazzo succede ‘nte sto film?

Lo Cascio interpreta magistralmente (appunto) una sorta di controparte di Peppino Impastato (I Cento Passi). Il suo personaggio qui non combatte la Mafia ma, anzi, ne fa pienamente parte. Il film inizia dall’infanzia del protagonista, figlio di un mafioso rinchiuso in carcere, e ne racconta il successo e il rapido declino.

Dolce e amaro è una contrapposizione che accompagna tutto il film, partendo dallo stile e dal susseguirsi delle scene: momenti ben tragici e riflessivi che si alternano a momenti di una irriverenza formidabile, quasi da film comico, fino allo sviluppo e all’esposizione dei personaggi e del loro personale senso di “dolce e amaro” dovuto al loro background. Il senso che ne da il fiero criminale e padre del protagonista che in galera, come una sorta di ultimo saluto al figlio, gli ricorda che “Nella vita c’è il dolce e c’è l’amaro” e quello dell’amico giudice, che a distanza di anni, gli ripete le stesse parole, ma con un senso e in un contesto totalmente diversi. Il dolce della vita per il mafioso è il potere, la gloria e il “rispetto” che si è guadagnato con i soprusi e l’illegalità mentre l’amaro è la galera, che in fondo può capitare e che comunque, ai suoi occhi, è come una medaglia al merito. Il dolce di chi si oppone a tutto ciò è invece il sapere di muoversi nel giusto, in quell’ideale che ha scelto e sposato, e l’amaro è dato da tutti i rischi, ultimo quello di morire, che questa scelta comporta. Ma la contrapposizione si riscontra anche nel carattere del protagonista che si trova, forse più per un susseguirsi di eventi che per sua volontà, a far parte di Cosa Nostra. La sua essenza è in fondo differente da quella di chi lo circonda e che, inevitabilmente, finirà per tradirlo dandogli così la possibilità di vedere con chiarezza la realtà.